“Amara terra mia / io vado via” ⋅ Cinema italiano e canti della grande emigrazione del Novecento ⋅ Un libro di Stefania Carpiceci

SCRITTO DA
Maurizio G. De Bonis

In un’epoca italiana recente caratterizzata da posizioni politiche basate sul cosiddetto sovranismo (ma potremmo chiamarlo nazionalismo), in un periodo in cui il credo politico ultraprotezionistico è sembrato attecchire ferocemente in una cittadinanza sofferente e smarrita moralmente e socialmente, riflettere con attenzione sulle vicende del popolo italiano dalla fondazione dello Stato (1861) ad oggi non farebbe per niente male. Ci si accorgerebbe di un fatto eclatante: alcuni dei comportamenti “pericolosi” da cui alcune parti politiche ci vorrebbero proteggere, cioè le presunte ondate invasive di stranieri sul suolo italico, sono stati messi in atto massicciamente, e per molti decenni, proprio dagli italiani, e tutto per motivi economici.

Ebbene, provate a fare una semplice, banalissima, ricerca on line. Digitate su google la definizione “emigrazione italiana” ed entrate in Wikipedia. Pur prendendo con beneficio di inventario i numeri che è possibile leggere ci si può rendere conto di quanto noi italiani siamo stati protagonisti di presunte “invasioni” fuori dalla nostra accogliente e meravigliosa patria. Ci sarebbero, infatti, sparsi per il il mondo (in tutti continenti) circa ottanta milioni di persone di vicina o lontana origine italiana (molto più dell’attuale popolazione italiana ferma a sessanta milioni), con alcuni casi veramente incredibili: oltre ventisette milioni in Brasile, quasi venti milioni in Argentina, oltre diciassette milioni negli Stati Uniti d’America, altri sei milioni e forse più in giro per l’Europa.

Alla luce di ciò, possiamo comprendere come la stigmatizzazione politica ai fini del consenso interno della cosiddetta immigrazione economica in Italia  (soprattutto africana e mediorientale) sia poco sostenibile e soprattutto poco rispettosa proprio nei riguardi dei nostri concittadini che hanno dovuto abbandonare il Paese, a cominciare dal 1861, per cercare fortuna all’estero. Ogni riflessione seria su quest’argomento, rappresenta, dunque, per me un passaggio fondamentale per capire chi siamo noi italiani e perché siamo stati costretti a disperderci in tal misura nel mondo.

Una di queste riflessioni è senza dubbio il libro di Stefania Carpiceci intitolato : “Amara terra mia / io vado via” (Edizioni ETS, 2020). Il sottotitolo, Cinema italiano e canti della grande emigrazione del Novecento, chiarisce immediatamente al lettore la linea seguita dall’autrice (che svolge il suo principale percorso professionale come ricercatrice presso l’Università per Stranieri di Siena) e riassume con compiutezza lo spirito di uno studio che si manifesta come un perfetto meccanismo meticcio in cui metodo di ricerca e intuizione intellettuale si sposano armonicamente.

Il libro in questione appare molto ben strutturato e chiarissimo per quel che riguarda la sua linea critico-analitica e anche per quel che concerne la sua impostazione storicistica. A partire dal titolo, un brano contenuto in una straordinaria canzone interpretata da Domenico Modugno, Stefania Carpiceci elabora un’architettura di pensiero che connette in modo armonioso e acuto, nonché approfondito, cinema, musica popolare e letteratura.

Frame tratto dal film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti

L’emigrazione italiana viene “illuminata” culturalmente grazie a due grandi, significative, aree: i flussi migratori italiani verso l’America e quelli che hanno portato altri milioni di  individui verso l’Europa e il nord del paese.  Nella prima parte si fa riferimento a film come Nuovomondo di Emanuele Crialese e Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, nella seconda a lungometraggi come Il cammino della speranza di Pietro Germi, I magliari di Francesco Rosi e il capolavoro di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli.

Tutto il percorso critico è caratterizzato da rimandi di carattere musicale, da analisi sociologiche e di dialoghi tratti dai film, elementi che vanno a comporre un quadro di grande precisione culturale nell’ambito del quale i lavori cinematografici citati vanno a edificare una sorta di colonna vertebrale narrativo-visuale in grado di mettere a fuoco un processo di migrazione di enorme (quasi inimmaginabile) portata.

Estremamente interessante inoltre, l’attenzione critica che l’autrice ha riservato a uno dei tanti registi italiani caduti nell’oblio: Franco Brusati. Il suo film del 1974 Pane e cioccolata (interpretato da Nino Manfredi e Anna Karina) occupa, infatti, gran parte della fase conclusiva del libro, parte in cui si prende in esame “l’emigrazione in commedia”.

“Amara terra mia / io vado via”,  pur essendo uno studio scientificamente puntuale e dall’impostazione accademica, è un testo contraddistinto da un pregio di non poco conto: è scritto in modo estremamente limpido e, dunque, si configura come un libro allo stesso tempo “alto” e ben fruibile, molto denso e, nonostante ciò, avvincente, un esempio emblematico su come approfondimento specialistico di alta qualità  e divulgazione culturale per tutti possano tranquillamente convivere e attrarre pubblici diversi uniti dalle stesse passioni: cioè l’attenzione per la cultura, la società, il cinema e la musica.

© CultFrame 03/2021

CREDITI
Titolo: “Amara terra mia / io vado via” / Sottotitolo: Cinema italiano e canti della grande emigrazione del Novecento / Autore: Stefania Carpiceci / Editore: Edizioni ETS /  Collana: INTERLINGUISTICA Studi contrastivi tra Lingue e Culture / Anno: 2020 / Pagine: 287 / Prezzo: 27,00 euro

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Maurizio G. De Bonis

Maurizio G. De Bonis è critico cinematografico e delle arti visive, curatore, saggista e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, è stato direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Cinema e immagine documentaria e Arti Visive Comparate presso la Scuola Biennale di Fotografia di Officine Fotografiche Roma. Ha pubblicato libri sulla fotografia contemporanea e sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). Ha fondato il Gruppo di Ricerca Satantango per il quale ha curato il libro "Eufonie", omaggio al regista ungherese Bela Tarr. È Vice Presidente di Punto di Svista - Cultura visuale, progetti, ricerca.

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